Letteratura delle migrazioni nel mondo

Vivere per addizione e altri viaggi

Autore: 
Editore: 
Mondadori
Luogo di edizione: 
Milano
Anno: 
2010
Presentazione: 

La sua valigia non è più di cartone. Contiene un diploma di laurea in più e forse qualche sogno in meno. Ma il protagonista di questo libro, come il nonno e come il padre, dalla sua terra deve partire. Con la consueta affabulazione rapinosa e una lingua capace di incarnare la pluralità dei luoghi, delle culture e delle esperienze, Carmine Abate narra i viaggi ininterrotti del suo “eroe senza medaglie”: viaggi di andata e di ritorno, nella memoria e nel presente. La vicenda, traboccante di vita vissuta e di poesia, scorre attraverso diciotto racconti intensi, che hanno il respiro e la compattezza di un romanzo. Ispirandosi alla propria biografia ma allargando lo sguardo a una prospettiva universale, Abate racconta l’infanzia in paese, i sapori della cucina arbëreshe, la magia delle antiche rapsodie, gli arrivi al Nord Italia e in Germania. Ma affronta anche temi come la formazione di un senso civico profondo, europeo, e l’incontro con i nuovi migranti, in una Calabria dove gli asili vuoti diventano Centri d’accoglienza. E tra la nostalgia di chi parte e quella di chi resta, la difficile ricerca dell’identità. Infine la comprensione che emigrare non è solo strappo, ferita, ma è soprattutto ricchezza. Che non è inevitabile sentirsi lacerati tra due o più mondi. Che si può vivere, consapevolmente, per addizione.

Diaro di un clandestino

Autore: 
Editore: 
Mesogea
Luogo di edizione: 
Messina
Anno: 
2011
Traduttore: 
C. Albanese
Recensione: 

Si tratta di un testo scritto nel 1999 e tradotto solo nel 2011, da Mesogea, casa editrice che da anni si occupa di far conoscere ai lettori italiani autori appartenenti alle sponde del Mediterraneo.
Nasce dalla reale esperienza di "irregolare" dell'autore, giornalista in Marocco, che ha sperimentato per tre anni la clandestinità, il lavoro nero, la paura e la misera, nonchè la nostalgia del ritorno. Ritorno che intra e extra testo avverrà, ma senza, perlomeno intra testo, i successi che ogni migrante spera di conquistare, esibendo i frutti delle sue fatiche a casa.
Una riflessione, quella di Nini, che illumina le esperienze di milioni di migranti, dando voce alle illusioni, alle aspettative e alle amarezze che tale condizione implica e impone a chi la vive. L'Europa, ancora una volta, mostra il lato peggiore, che rifiuta ma sfrutta, che chiude da una parte ma richiede lavoro clandestino dall'altra. Sulla decisione del ritorno si incentrano le ultime pagine del diario, che ben esprimono lo stato d'animo e le condizioni che un immigrato reso invisibile dalla sua condizione amministrativa subisce:
"dovevo tornare, come qualsiasi uccello migratore che lasci le regioni fredde per trasferirsi al caldo. L'Europa è fredda come l'occhiata che ti lancia un vicino arrogante in ascensore. La nostalgia ha il sopravvento sull'immigrato. Sfida, in un duello all'ultimo sangue, chiunque le faccia un affronto. Io sono lo sconfitto che torna al paese. Con molti strappi muscolari alla schiena e le dita callose, che vanno bene per tutto tranne che per scrivere. Torno, quantomeno, con delle buone scarpe. Mi sono stancato di stare sempre sul chi vive. Voglio uscire di casa senza doverlo fare. E passeggiare con qualcuno senza che una macchina della polizia mi si fermi alle spalle, senza dover dare spiegazioni per una passeggiatina, senza chiedere permessi. Mi sono stancato di passare il tempo a nascondermi come un idiota. E di correre quando è il caso di darsi alla fuga. Voglio guardarmi intorno e vedere persone che mi assomigliano. Voglio che nessuno trovi strano il mio aspetto. Che le donne non mi intimidiscano e che i bambini non mi guardino a bocca aperta. Voglio andare a letto senza dovermi alzare più e più volte durante la notte per controllare che la porta sia ben chiusa e che la cartella dei documenti sia sotto il letto" (p. 189)
Rachid Nini, nel momento in cui stiamo scrivendo queste righe (dicembre 2011) si trova in prigione in Marocco per aver compiuto un reato d'opinione.

Autore della recensione: 
Silvia Camilotti

Origini

Autore: 
Editore: 
Bompiani
Luogo di edizione: 
Milano
Anno: 
2004
Traduttore: 
Egi Volterrani
Presentazione: 

In questo testo lo scrittore ripercorre con commozione la storia della sua famiglia, con attenzione particolare alla vita del nonno e di uno zio emigrato a Cuba. Maalouf è presente in prima persona nel suo sforzo di ricostruire il passato familiare, chiamando in soccorso la memoria propria e quella di parenti più vecchi di lui, indagando sul posto, cercando tra le righe dei pochi documenti rimasti, con il continuo rimpianto di non essere stato più curioso ed indagatore quando erano ancora in vita i testimoni della loro storia familiare. Un percorso complicato che ripropone al centro dell'attenzione il concetto di identità. L'autore parla di percorso, di origini, dice che non appartiene al suo vocabolario la parola 'radici'. Gli uomini non sono imprigionati da radici come gli alberi, ma percorrono strade con mille confluenze.

Il metrò

Autore: 
Editore: 
Gorée
Luogo di edizione: 
Iesa (SI)
Anno: 
2010
Traduttore: 
V. Magnani
Presentazione: 

Un romanzo intenso che narra le vicende di un uomo originario del Camerun che le vicende della vita spingono a partire, alla ricerca della felicità che non significa altro che tentativo di vivere una vita dignitosa, quella che il suo paese non gli garantisce più. E' la storia di un uomo in cui potrebbero rispecchiarsi le storie di migliaia di altri, che attraversano il deserto e il mare per raggiungere una dignità spesso negata ai "dannati della terra". Prima opera tradotta in italiano dello scrittore guineiano

La vita davanti a sé

Autore: 
Editore: 
Neri Pozza
Luogo di edizione: 
Vicenza
Anno: 
2011
Traduttore: 
Giovanni Bogliolo
Presentazione: 

Momo è solo, figlio di una prostituta araba allevato da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa, che lo circonda di un affetto commovente e ricambiato.
Il libro è ambientato nel quartiere parigino di Belleville, ricorda i luoghi e le situazioni multiculturali descritti da Daniel Pennac, ma ben diverso è il timbro di Gary, rispetto alla festosa leggerezza del suo epigono. Si ride leggendo e molto, per il modo incredibile in cui il ragazzino protagonista riferisce di situazioni e persone, per le parole che usa, per come rovescia con uno sberleffo le nostre sicurezze e convinzioni. C'è però in Gary un nocciolo duro di riflessione sul rapporto tra le persone (che importa da dove vengono, che religione e abitudini hanno, cosa fanno per vivere, se sono povere?), sulla saldezza e profondità degli affetti non esibiti, sul senso della famiglia, sulla vita, sulla vecchiaia e sul modo di morire.

Questa del 2010 è la 15a edizione italiana.

Sapessi, Sebastiano...

Autore: 
Editore: 
Rayuela edizioni
Luogo di edizione: 
Milano
Anno: 
2010
Recensione: 

L'ultimo romanzo dello scrittore originario dell'Uruguay, trapiantato in Lombardia da metà degli anni Ottanta, è un testo che si legge, anzi si ascolta, tutto d'un fiato. Dico "si ascolta" perché l'impostazione, indicata sin dal titolo, vede una serie di vicende evocate in prima persona da un io narrante al proprio figlio: la proiezione nella dimensione dell'oralità, dell'ascolto, avvolge da subito il lettore. Non vogliamo ridurre entro il genere dell'autobiografia un testo che potrebbe essere raccontato da molti padri a altrettanti figli e che in tal senso assume una valenza che va molto oltre l'individuale, sebbene racconti le storie di tanti piccoli uomini e donne, grandi nella loro semplice quotidianità. I numerosi ritratti che l'autore delinea nelle sue storie, che insieme vanno a comporre il puzzle di questo romanzo, (composito anche al primo sguardo, il cui indice alterna titoli di capitoli, in caratteri tutti diversi, a semplici numeri) sono carichi di umanità, di empatia, nonché di schietta ironia.
Ritorna, come nel romanzo precedente, L'argonauta, la commistione tra prosa e poesia, che fa capolino talvolta tra i capitoli, e il mescolamento delle lingue dell'autore, italiano e spagnolo. Le ambientazioni evocano perlopiù l'America Latina lasciata alle spalle dalla voce narrante, con le persone, gli affetti e i suoni che a quella terra appartengono. È un romanzo che rende onore a quelle terre, descrivendone anche alcune storie dimenticate, come quelle dei popoli indigeni cancellati con l'arrivo degli europei o portati in occidente alla stregua di fenomeni da circo.
È un romanzo che descrive il bisogno umano di radici, o piuttosto dell'idea di esse, pur nella consapevolezza che è nella natura dell'uomo spostarsi: "L'uomo è come un albero, mi diceva. Si pianta, crea radici, diventa paesaggio. Se cresce bene è come una montagna che respira. È aria, fuoco, ombra per l'estate e rifugio per l'inverno. Diventa casa, culla, tavolo intorno al quale crescono e si riproducono le generazioni. Nasce e rinasce all'infinito, a patto di non rimetterci le radici. Le radici sono la vita dell'albero. Se perdi quelle, sei niente…(23)
E a proposito della spinta a partire, nelle pagine successive, in uno degli andirivieni tra passato e presente che si avvicendano nel testo, leggiamo un amaro commento circa le vicende dei migranti morti in mare: "Dei settantatre imbarcati sono arrivati in cinque. Altri sono rimasti per strada, in fondo a quel mare che un giorno diventerà il monumento più grande mai esistito alla memoria dei migranti, cioè della stessa umanità. Perché non c'è uomo che non si sia buttato in mare, o addentrato in territori sconosciuti, in un qualche momento della storia" (135).
Ecco l'uomo, diviso tra desiderio di radici e bisogno di partire.
L'immagine che apre il libro è fortemente evocativa, anche se buffa (pare un paradosso, ma non lo è): descrive una moltitudine di pinguini che in un giorno d'estate approdano sulle coste dell'Uruguay, creando sconquasso e entusiasmo. Anche l'io narrante, allora un bambino, si affeziona a uno di questi animali mai visti, sebbene presto comprende che il mare sia l'unica strada per il piccolo animale: "Non so, nessuno può sapere cosa sia stato di lui. A me piace pensare che ha continuato a navigare a lungo. Che è riuscito a scovare, da qualche parte dell'universo, quello che era venuto a cercare sulle coste del mio piccolo paese, o che - strada facendo - il mare, o la vita (che dovrebbe essere la stessa cosa) abbiano offerto a lui delle strade alternative degne di essere percorse, magari diverse da quelle a cui credeva di essere destinato" (17)
"Strade alternative degne di essere percorse" sono quelle a cui ogni uomo dovrebbe avere diritto, e che Fernández, con questo romanzo, racconta e invoca.

Autore della recensione: 
Silvia Camilotti

Gemma impura

Autore: 
Editore: 
Mobydick
Luogo di edizione: 
Faenza
Anno: 
2010
Traduttore: 
Adele D'Arcangelo
Presentazione: 

Gemma impura è un romanzo autobiografico che con grande ironia descrive l'esperienza di vita della sua autrice e della sua famiglia, offrendo uno squarcio sulla situazione delle seconde generazioni in Australia, affine, per le difficoltà, i dubbi e le problematiche a quella di molti altri figli di immigrati. L'ironia che sfocia anche in apera comicità rende questo libro una lettura piacevole e fluida.

Pagine di...: 

Sulla lingua pp.138-140

Le rondini di Montecassino

Autore: 
Editore: 
Guanda
Luogo di edizione: 
Parma
Anno: 
2010
Recensione: 

Spazia a tutto campo Helena Janeczek. Ha un punto fermo nello spazio, l'abbazia di Montecassino, e riferisce a questo perno piantato nel territorio italiano tutti i fili del mondo, tutti i movimenti possibili sulla faccia della terra, il gulag ad Arcangelo, Israele, le rose dell'Iran, la Nuova Zelanda, Leopoli e Milano... Nel tempo si muove se possibile con disinvoltura anche maggiore, passando senza tregua dagli anni '40 ai giorni d'oggi, legando insieme memorie, persone, affetti. Rievoca i ricordi familiari, racconta i legami affettuosi tra genitori e figli, ancor più tra nonni e nipoti, il nonno maori, il nonno polacco, le amicizie tra vecchi e giovani, le vecchie zie e cugine e i figli degli amici, con i vecchi che passano il testimone, trasmettono a parole, con le foto, con l'oggetto, la loro memoria, come traccia di una storia collettiva.
La scrittrice è presente in prima persona nelle sue ricerche (ma scrivi un romanzo o un libro di storia? le chiede la madre), nei suoi rapporti familiari e amicali.
Vuole ricordare le vite dei padri, anche riconoscendo la pietà della menzogna. Perchè la memoria non è tutto, spesso si tace, si risparmia il dolore, si nasconde il non aver potuto essere diversi da quello che si è stati, costretti su binari di un destino che non si sarebbe scelto, con la dolente invidia per chi ha agito come noi avremmo voluto agire. La menzogna può essere in molti modi salvifica, come il nome falso di suo padre che l'ha salvato durante la guerra e che ora è il suo nome.
La Janeczek dedica il libro a lui (e a suo figlio), un omaggio al padre, a quello che non ha raccontato e che lei non ha mai saputo, una ricerca per accendere una piccola luce di comprensione su una zona oscura della vita di una persona, periodi del cui dolore si sono volute risparmiare le persone amate e i giovani figli. Esalta il ricordo (riconoscenza, riconoscimento) del coraggio civile di molti, più che del valore guerriero dell'armata polacca a Montecassino o degli altri poveri morti del suo cimitero, indiani, nepalesi, maghrebini, texani.
La memoria può anche tacere alcuni fatti sgradevoli, la perdita dell'innocenza, può intorbidarsi per l'età, non può essere sollecitata alla precisione inconfutabile, ma una memoria che passa attraverso i legami affettivi diventa esperienza vissuta e così il giovane ne trae benefici, è parte di lui. Il testimone viene passato alla nuova generazione.
Così Edoardo, figlio e discendente di polacchi, 'tiene alto il nome dei Bielinski', gli viene naturale ricorrere a questa lingua, diventa per lui cogente interessarsi in prima persona di giovani polacchi scomparsi nelle campagne italiane negli anni duemila.
È un'Italia dalle molte appartenenze quella che si muove intorno a Cassino, sia nel passato che ora, e la scrittrice non esita ad utilizzare molte lingue nel tessuto dei suoi racconti, profittando delle sue personali molteplici ascendenze. Tedesco polacco yddish, ma anche inglese e maori.
Sceglie spesso come punto di vista quello dei giovani, adolescenti 'normali' dell'epoca contemporanea, freschi, realisticamente vivi, nei loro rapporti tra amici, con le madri, con gli anziani, con le ragazze. Rapata che ripercorre al posto del nonno le tappe di una commemorazione, gli amici Edo e Andy, Anand, il giovane e sensibile indiano dalla pelle scura che la ricchezza non protegge da minacce razziste.
Helena Janeczek ci racconta di vite che si intrecciano in modo inestricabile, con la leggerezza degli spostamenti del mondo contemporaneo e con quelle popolazioni travolte dagli spasmi della Seconda Guerra Mondiale nell'ambito di grandi imperi. Per cui polacchi prigionieri della Russia passano in Turkmenistan e poi entrano nel circuito dell'impero britannico, India, Africa, Nuova Zelanda...
Uccelli impazziti per lo scatenarsi della guerra, come le rondini che nel '44 a Montecassino non potevano certo tornare, non potevano esserci, tra macerie e spari.
Ma che ora sono tornate, hanno ricostruito il loro nido.

Autore della recensione: 
Maria Rosa Mura

Migritude. Un viaggio epico in quattro movimenti. Parte prima: quando parla il Sari: La Madre

Autore: 
Editore: 
Lietocolle edizioni
Luogo di edizione: 
Faloppio (CO)
Anno: 
2010
Traduttore: 
M. Matteini e P. Piccolo
Recensione: 

Poesia, teatro e reportage storico insieme, questo testo parla di politica, economia e linguaggio partendo dalla situazione dell'autrice e della sua famiglia e dei loro rapporti interpersonali.
Sotto il dominio inglese molti asiatici avevano migrato in altri luoghi del vasto impero, ma sempre con la sensazione di dover tenere pronta la valigia per fuggire.
Shailja Patel ricorda questo passato coloniale, quando il kashmiri diventa cashmere, il mosuleen muslin ed ai tessitori indiani sono mozzate le dita, parla della rivolta Mau Mau tra il 1952 e il 1960, del genocidio che non appare nei libri di scuola, compiuto dagli inglesi nel 1963 quando nella guerra di indipendenza del Kenia muoiono 100 bianchi e 300.000 africani, del persistere di questa mentalità colonialista anche in anni recenti, quando durante le esercitazioni militari inglesi tra il 1965 e il 2001 vengono violentate centinaia di donne keniote.
Questa prima parte del suo lavoro è dedicato alla Madre, una donna che ha sacrificato con energia se stessa e il marito, sempre al lavoro con le sue mani callose di meccanico, per dare un'educazione di prim'ordine ed un futuro alle tre figlie.
A Londra la madre porta i loro beni, gioielli, beni facili da nascondere e trasportare, accumulati per il futuro delle figlie nella cassetta di una banca. Sempre con la paura che succeda come nella vicina Uganda quando il dittatore Idi Amin ha cacciato l'intera popolazione asiatica derubandola di tutto (1972).
Anno dopo anno misura e valuta lo scellino keniota nel cambio con la sterlina, l'amore si esprime in sterline data l'incapacità dei genitori di esprimere a parole il loro affetto, ma non smettono mai di perseguire questo obiettivo di ascesa per le figlie:
“eccoli che arrivano
ingobbiti
sopra il carrello dei bagagli i nostri
piccoli
feroci
fragili
accaniti
indomabili
genitori”
La madre, timorosa per la debolezza che dà loro l'essere nate donne, aspira alla loro sicurezza economica e sociale, vuole che si sposino e mantengano la tradizione, qui simboleggiata dal sari e dal modo di indossarlo. L'autrice invece lo rifiuta: 'non metterò mai abiti che mi impediscano di correre o difendermi' e delude tutte le aspettative della madre.
Il suo compito, impellente, è quello di raccontare, la sua storia personale e quella del suo paese, le vicende e la vita dei migranti.
“qualcosa
sta spaccando le pareti dei miei vasi sanguigni
qualcosa mi sta martellando dentro salendomi per la gola
come un vulcano
pronto ad esplodere
finalmente
capisco
perché sono poeta.”

bilingue italiano-inglese

Autore della recensione: 
Maria Rosa Mura

L'esca

Autore: 
Editore: 
Zandonai
Luogo di edizione: 
Rovereto
Anno: 
2008
Traduttore: 
Alice Parmeggiani
Recensione: 

“Da dove devo cominciare” dice mia madre. Nello stesso istante allungo la mano e premo il pulsante sul magnetofono. Il magnetofono è vecchio. “
Con questo inizio semplice e magistrale comincia la storia di un esule che dalla Bosnia porta con sé in Canada ben poche cose. Le più preziose sono alcune cassette di una registrazione in cui ha praticamente costretto sua madre a raccontare la propria vita tragica e avventurosa, un racconto in parte autobiografico per quel che riguarda i due matrimoni e la conversione all'ebraismo. Serbo-bosniaca convertitasi alla religione ebraica per amore del marito nel 1938, perde prima lui, internato e fucilato, poi i loro figli in un incidente ferroviario. Si risposa con un altro ebreo, anche lui vedovo e sopravvissuto.
Per il narratore riascoltare queste cassette dopo due anni di lontananza dalla madre patria è sconvolgente perchè significa reimmergersi all'improvviso nella sua lingua: “e quando è rimbombata...dall'altoparlante del magnetofono, sono semplicemente crollato.” Pensava di averla abbandonata per sempre una volta arrivato all'aereoporto: “nell'istante... in cui dettai al tassista l'indirizzo dell'albergo nell'altra lingua, pensai che non avrei più aperto bocca nella mia.”
Non resiste però quando trova rumorosi immigrati dal suo ex paese a seguirli per ascoltare non tanto i loro discorsi da niente quanto i suoni , “la morbidezza della pronuncia bosniaca”, “quella strascicata della Voivodina”, spinto dal desiderio di affondare in un mare di suoni familiari. La lingua è estremamente importante per lui: “Non avevo più un paese, ero rimasto senza madre, mancava solo che la lingua si consumasse del tutto e allora sarei rimasto senza niente.”
Esseri troppo sensibili gli immigrati, “abbiamo sempre la percezione che la terra ci sfugga da sotto i piedi o di vivere in stanze con il pavimento inclinato, così che sdruccioliamo di continuo e scivoliamo irrimediabilmente in angoli bui.”
A Donald, l'amico canadese, può sembrare meraviglioso non avere radici, secondo lui “l'assenza di radici permette una libertà completa”, ma “non sa che significa avere il proprio luogo, sapere che quel luogo è solo tuo, ritornarvi o lasciarlo per sempre.”
Donald è uno scrittore, cerca di spiegargli cosa costituisce un racconto, come inizia finisce e si sviluppa, si arrabbia e si infervora nelle discussioni sulla letteratura.
È importante la lingua, è importante la parola, “chi scrive, chi desidera scrivere, deve sempre tenere a mente che una parola si può pronunciare solo una volta.”
È importante il continuo confronto con uno scrittore: “Io a Donald avevo fatto una semplice domanda: in generale è possibile narrare?”
Lingua parola racconto: il libro sviluppa una poetica, una riflessione sulla scrittura. “Certe volte penso che sia bene che io non sappia scrivere, perchè ogni volta che rifletto sulla scrittura mi ritrovo davanti solo domande, mai risposte.”
L'io narrante insiste sul fatto che non è ma vorrebbe essere uno scrittore: “se avessi una penna vorrei”, “mi mancano le parole” e, in una ripetizione ossessiva, “se sapessi scrivere”.
L'amico a cui si rivolge domina invece la lingua, Donald è uno scrittore, sa.
È questo il modo con cui il protagonista lo attira dal luogo consueto dei loro incontri, il ristorante sull'isola in mezzo al fiume nel centro città, fino a casa sua. Il leit motiv della scrittura culmina nel momento conclusivo, Donald sta arrivando a casa con in mano il fascio delle pagine che gli ha inviato, tutte piene di correzioni.
Se accetta, nel caso in cui accetti ciò che ha scritto, cambierà la sua esistenza, “È un'intera vita possibile quella che ho affidato alle sue mani”. Esce di scena la figura della madre, per entrare, forse, quella di Donald.
Testo breve, intenso, ricco, a diversi piani di lettura, fitto di espressioni poetiche come di riflessioni.

Autore della recensione: 
Maria Rosa Mura
Pagine di...: 

L'esilio: pag. 51, 59
La lingua madre: pag. 7, 82, 83, 85, 123

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