Letteratura dell'immigrazione in Italia

Fogli di via. Racconti di un vice questore

Autore: 
Editore: 
Emi
Luogo di edizione: 
Bologna
Anno: 
2009
Presentazione: 

Una serie di racconti che per voce di un funzionario (reale) dell'ufficio immigrazione della Questura di Verona descrivono la condizione di molti immigrati, le difficoltà che la legge impone e che la vita stessa in un paese nuovo implica. L'originalità sta nel punto di vista di chi scrive, che dipinge con umanità sia i suoi "utenti" che il lavoro stesso, lavoro che quotidianamente rischia di venire disumanizzato da pratiche burocratiche, carenza di mezzi, difficoltà di ogni genere. Un piccolo testo che crea empatia e mostra la volontà, faticosamente raggiunta - ostacolata anche dai tanti pregiudizi di cui siamo intrisi - di mettersi nei panni altrui e far volare i lettori, nei finali, verso mondi surreali e fantastici: dalla materialità e dal grigiore di una questura, spesso i racconti deviano verso conclusioni inattese e imprevedibili.

Babel Hotel. Vite migranti nel condominio più controverso d'Italia

Autore: 
Editore: 
Infinito editore
Luogo di edizione: 
Roma
Anno: 
2011
Presentazione: 

Babel Hotel è un progetto di scrittura in cammino, una “presa di parola” collettiva sul tema delle città plurali e delle diverse forme di marginalizzazione sociale causate anche dal sentimento di paura legato alla venuta degli immigrati. Ma soprattutto è una potente metafora del futuro sociale e politico che verrà (o che forse già viviamo).
Cosa accade ogni giorno all’interno di un gigantesco condominio composto da 480 appartamenti e abitato da tremila persone con lingue, culture e provenienze differenti? Come le esistenze e i sogni degli inquilini di questo strano posto si intrecciano (e a volte si scontrano) con quelle degli abitanti della limitrofa cittadina di mare? Scrittori, poeti e musicisti, ma anche mediatori e operatori interculturali di diversa provenienza geografica, ispirati da alcune interviste agli abitanti dell’Hotel House di Porto Recanati, hanno provato a immaginare la realtà babelica di questo mondo, traducendo in racconto i dati reali e le esperienze vissute in prima persona.

A cura di Ramona Parenzan, introduzione di Gian Antonio Stella, presentazione di Simone Brioni; postfazione di Jasmina Tešanovic.
Contiene un cd musicale con brani inediti e audioracconti.

Scarpe nel deserto. Storie di richiedenti asilo e rifugiati

Autore: 
Editore: 
Ded'A
Luogo di edizione: 
Roma
Anno: 
2010
Presentazione: 

Il libro di Valera Scafetta raccoglie testimonianze di richiedenti asilo e rifugiati in Italia, in diversi momenti della loro esperienza di profughi: prima e dopo l'ottenimento dello status di rifugiato. Le loro voci mostrano ciò che il discorso mediatico cancella, la spinta a partire perchè nel proprio paese non ci sono più possibilità di vita, il traffico di esseri umani e il dramma delle attraversate per mare.
Le scarpe nel deserto sono ciò che resta dei tanti che non ce l'hanno fatta e su cui cade un velo di silenzio. Molto significativa la scelta di aprire il testo con una lettera di un emigrante, che solo alla fine si scopre essere un italiano di qualche decennio fa. La storia si ripete ma non le si presta mai troppo ascolto.

Il meccanico delle rose

Autore: 
Editore: 
Einaudi
Luogo di edizione: 
Torino
Anno: 
2009
Presentazione: 

Il meccanico delle rose è Reza, sua è la storia che viene raccontata, non direttamente, ma attraverso tutte le persone che il suo destino gli fa incrociare. Ognuno dei capitoli è un personaggio ed una storia, orditi che si ricongiungono tutti insieme per delineare attraverso la vita degli altri, la sua, indicando in modo sempre più preciso, carattere, modi, pensieri ed azioni.
Akbahr è il padre e così conosciamo il modo in cui è nato e l'ambiente in cui è cresciuto; Khodadad è l'amico d'infanzia che lo spinge a lasciare il paese, Donya la giovane moglie dalla vita infelice, Mahtab la figlia adorata vittima della guardie khomeiniste, Laleh l'amante, che ormai in fin di vita in ospedale ricongiunge tutte le narrazioni.
Su tutto l'Iran, mai nominato ma riconoscibile, sotto il peso di differenti dittature, nella vita in paese e in città, tra le classi agiate e quelle povere, tra superstizioni antiche, fanatismo e religiosità profonda. Un paese intensamente profumato dalle sue rose e offeso dalla crudeltà di chi ne determina il destino.

L' estate è crudele

Autore: 
Editore: 
Feltrinelli
Luogo di edizione: 
Milano
Anno: 
2007
Presentazione: 

Lo scrittore racconta una delicata storia di affetti e insieme di impegno politico militante.
Un ingegnere iraniano onora il ricordo dei genitori, ne ricerca le tracce a Roma e continua a vederli presenti. Giovani universitari in Italia dove si sono conosciuti e innamorati, Parviz e Maryam avevano aderito alle idee comuniste ed erano rientrati nel loro paese per lottare e liberarlo dalla dittatura dello Scià. Il figlio vuole mantenere in vita ad ogni costo il ricordo dei loro ideali e del loro coraggio, cura le loro tombe, "vuole il loro nome inciso su marmo pregiato e scritto da un maestro calligrafo; vuole che i versi di Forugh Farrokhzad precedano la data della nascita e della morte e che fiori sempre freschi siano adagiati sulle loro tombe".
Anche se i pasdaran torneranno a distruggerle, sulla violenza vince la determinazione e la poesia.

Bilal.Viaggiare, lavorare, morire da clandestini

Autore: 
Editore: 
BUR Biblioteca Universale Rizzoli
Luogo di edizione: 
Milano
Anno: 
2008
Recensione: 

Fabrizio Gatti ha iniziato molto tempo fa un viaggio che lo angoscia, ma che deve fare. Da quando in Svizzera è diventato il signor Agron Ndreci, profugo kosovaro, non ha più alternative. Deve farlo fino in fondo. “Fino in fondo al Sahara. Fin dall'altra parte del Mediterraneo.” “Cercavo il perchè migliaia di uomini e donne si imbarcano su rottami destinati ad affondare”.
Mosso dal desiderio di capire di persona e di riferire ai suoi lettori quanto ha visto con i suoi occhi, Fabrizio Gatti lascia la sua casa tranquilla ed i suoi affetti per ripercorrere le vie della migrazione, anche mettendo a rischio la sua incolumità. In questo libro seguiamo con lui un tragitto classico degli africani che cercano di migrare verso l'Europa e non hanno denaro a sufficienza per entrarvi in aereo con un visto turistico. Dal Senegal al Mali al Burkina Faso al deserto del Ténéré in Niger, su camion straripanti di umanità e masserizie, in balia di profittatori, criminali e militari violenti, una dolorosa via crucis in cui molti si arenano sfiniti dalle difficoltà, 'stranded' e molti altri muoiono.
Gatti si ferma al confine con la Libia, non ha il permesso di entrare, vede solo gli effetti sulle persone degli accordi italo-libici e strani movimenti di al qaedisti alla frontiera. Riprende la rotta dei migranti sulle coste del Mediterraneo, dalla Tunisia dove si imbarcano, al centro di Lampedusa dove si fa rinchiudere fingendosi curdo, ai lavori degli immigrati ridotti in schiavitù nelle fertili campagne pugliesi.
Il giornalista aggiorna il suo diario e ce lo sottopone, ma l'uomo viene sopraffatto da quanto vede o percepisce, soprattutto dalla propria impotenza o dalla consapevolezza che è il proprio governo a determinare spesso in modo diretto tanta sofferenza. “Non sono più io a fare questo viaggio. É il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me.”
Ne sentiamo il peso anche noi che ci limitiamo a leggere e che non abbiamo guardato in faccia le persone che Gatti ha incontrato e con cui ha cercato di restare in rapporto, soffrendo con loro la morte di un fratello, i pretestuosi blocchi burocratici, le torture, la dolorosa necessità di tornare alla casella di partenza, un campo profughi. No, non è un libro facile da leggere, ma va letto perché l'Italia ha inventato il reato di clandestinità, si è riempita di gabbie dove trattiene per tempi lunghissimi le persone in condizioni che ai cittadini non è consentito verificare. “La più grande deportazione che coinvolge l'Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il tradimento degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità.” Un'Italia che più di una volta ha respinto in Libia persone di cui non si è curata di controllare se avevano o no diritto di asilo: “Mai, dalla fine della Seconda guerra mondiale, l'Italia aveva commesso violazioni tanto gravi del diritto internazionale”.
Un terribile vulnus al diritto e alla democrazia, oltreché all'umanità, che ci riguarda tutti come cittadini, indipendentemente da quello che pensiamo e da come vorremmo fosse gestito il fenomeno immigrazione.
Il libro sottolinea un altro aspetto, quando racconta come vivono gli schiavi stranieri che lavorano in Puglia e qui di nuovo ci chiama in causa: “Questi campi che producono alimenti per l'Unione europea sono come i camion che attraversano il Sahara.” Con la differenza però che questi fatti avvengono dentro casa, sono sotto gli occhi di tutti e sulle tavole di tutti arrivano arance e pomodoro. Una situazione talmente grave da attirare più volte l'attenzione di Medici senza frontiere che, per le condizioni degli immigrati, ha istituito una Missione Italia come se questa parte della ricca Europa fosse zona di guerra.
Gatti continua a seguire i percorsi dei migranti - è della primavera 2011 il servizio sulla nuova rotta che dopo gli accordi Italia-Libia ha spostato ad est, attraverso la Turchia e la Grecia, i tentativi di ingresso dei migranti africani in Europa - chiede attenzione, continua, instancabile. Ricorda che la nostra Costituzione è fondata sul lavoro, non sulla guerra. Allora perché sempre cerimonie davanti alle tombe del Milite ignoto, perché non fare anche, in Italia e nelle città europee, una tomba simbolica per il migrante ignoto morto alla ricerca di un lavoro? “Giusto per non dimenticare mai”.

Autore della recensione: 
Maria Rosa Mura
Pagine di...: 

Nel libro si cita il rapporto di Medici senza frontiere “I frutti dell'ipocrisia. Storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto ” del 2005. Si vedano anche le altre iniziative, inchieste e denunce di MFS-Missione Italia: http://www.medicisenzafrontiere.it/cosafacciamo/dettaglio_missione.asp?i...
Questi gli altri rapporti pubblicati da MSF che ci interpellano in prima persona:
Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia (2010)
Una Stagione all'Inferno. Rapporto di MSF sulle condizioni di salute, vita e lavoro degli stranieri impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia.(2007)
Oltre la frontiera. Barriere al riconoscimento del diritto d'asilo. (2006)
Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza. Anatomia di un fallimento. (2005)

La Somalia non è un'isola dei Caraibi. Memorie di un pastore somalo in Italia

Editore: 
Diabasis
Luogo di edizione: 
Reggio Emilia
Anno: 
2010
Presentazione: 

Il titolo è volutamente provocatorio. La Somalia non è nei Caraibi, anche se la gente ne sa poco, e queste non sono le memorie di un pastore somalo. È la storia del figlio di una nazione di pastori che il padre sottrae ad un futuro predeterminato portandolo a otto anni da uno zio a Mogadiscio per farlo studiare. Laureato in medicina in Italia avrà un ruolo importante nel periodo entusiasmante e felice in cui si gettano le basi di uno stato somalo indipendente, fino a quando non viene perseguitato per le sue idee politiche. Arrivato in Italia per curarsi, sarà costretto dallo scoppio della guerra civile a restarvi, insieme somalo e italiano per il resto della sua vita.
Il testo ripercorre la sua storia personale e quella della Somalia dagli anni del dopoguerra fino ai giorni nostri. Dato il ruolo di protagonista della vita pubblica di Aden sono molte e preziose le riflessioni e le informazioni che il testo fornisce, sull'evoluzione della storia contemporanea somala e sui suoi rapporti con l'Italia. La fine dell'esperienza coloniale ed il ritorno delle stesse persone dell'epoca fascista con i dieci anni di amministrazione fiduciaria, il debole avvio della democrazia, l'avvento della dittatura di Siad Barre e la sua sanguinosa caduta, i signori della guerra, i tentativi di riconciliazione, il particolare ruolo dei clan e dell'Islam, le Corti islamiche e i pirati dell'Oceano Indiano.
Dobbiamo all'impegno del curatore e vecchio amico di Aden, Pietro Petrucci, la traduzione in volume di memorie che possono farci capire molto, della Somalia, della storia italiana, dell'immigrazione.

Pagine di...: 

Gli italiani e le loro ex colonie, pag. 40 sg

“Era stupefacente constatare come la colonizzazione italiana in Africa, fenomeno storico che aveva dominato per un secolo la vita del nostro paese cambiandone la storia, fosse sconosciuta agli italiani.”

“Mi colpì già allora quanto l'Africa e gli africani fossero per l'italiano medio un mondo remoto e indecifrabile, fatto salvo qualche stereotipo sul 'continente nero'.”

Permesso di soggiorno. Gli scrittori stranieri raccontano l'Italia.

Editore: 
Ediesse
Luogo di edizione: 
Roma
Anno: 
2010
Presentazione: 

Si tratta di racconti di scrittori, immigrati o figli di immigrati, che sono ormai molto noti per altre loro pubblicazioni e per l'intensa attività che conducono come testimoni di una Italia interculturale che si va costruendo. Vi si aggiunge uno scritto di Carmine Abate per la sua posizione di 'frontiera' tra antica immigrazione albanese, arberësh, e recente emigrazione italiana, oltre al racconto per immagini di Mario Dondero sulla emigrazione italiana sia verso l'estero sia quella del dopoguerra dal Sud al Nord del paese.
È la storia dell'immigrato slavo ospitato alla frontiera per far da interprete all'arrivo dei nuovi convogli di profughi ('Il muro sulla frontiera' di Adrian N. Bravi); la vita faticosa di una clandestina che, come molti, sogna il carcere per avere finalmente un rifugio e un po' di riposo ('Fatima è troppo stanca', di Karim Metref); è il bambino figlio di leghisti, affezionato a compagni rom e rumeni ('In Padania, sognando Mutu', Mihai Mircea Butcovan); è l'orgoglio senegalese della cultura riconoscibile anche in un vù cumprà ('Per una tazzina di caffè', Cheikh Tidiane Gaye).
E molte altre storie e personaggi che ci fanno conoscere la nostra Italia attuale ed i pensieri anche dei nostri concittadini Paul Bakolo Ngoi, Hamid Barole Abdu, Kossi Komla-Ebri, Gabriella Kuruvilla, Tahar Lamri, Muin Masri, Ingy Mubiayi Kakese, Laila Wadia e Mao Wen. Vivono in Italia e scrivono in italiano, certamente scrittori italiani, con la capacità, in più, di vedere l'Italia e la lingua italiana da una prospettiva insolita e capace di arricchirla.

Divorzio all'islamica a Viale Marconi

Autore: 
Editore: 
e/o
Luogo di edizione: 
Roma
Anno: 
2010
Recensione: 

Due voci si alternano di capitolo in capitolo: una maschile, l’altra femminile; una siciliana, l’altra egiziana; una più pragmatica e compatta, l’altra più sfaccettata, ironica, a volte sarcastica. La voce narrante si biforca in due diverse sensibilità (maschile e femminile) e due diverse culture (italiana ed egiziana), che osservano il mondo da angolazioni diverse pur in presenza di pensieri, argomenti, fatti comuni.
La ‘corrispondenza d’amorosi sensi’ tra Issa e Sofia, infatti, è praticamente solo mentale, pochissime essendo le occasioni di incontro e dialogo tra i due, ed è determinata da un fatto fondamentale: nessuno dei due si chiama con il proprio vero nome. Tratto comune, questo, anche al protagonista del primo romanzo di Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio: ma mentre lì lo svelamento dell’identità arrivava, tragicamente, alle ultime pagine, qui la bella Sofia dichiara fin dalla prima pagina, e con grande ironia, il ‘regalo’ italiano del suo nuovo nome: «Come ti chiami?», «Safia», «Sofia! Che bel nome!». Entrambi, comunque, sono nomi parlanti e ci dicono qualcosa del personaggio: Sofia è una sognatrice come la Loren (p. 26) e, come Safia Zaghloul, vuole togliersi il velo.
Il cambio di nome di Issa, viceversa, è puramente strategico: Christian è un siciliano che parla perfettamente l’arabo con accento tunisino. Lavora al tribunale di Palermo come traduttore, ma d’un tratto una proposta gli cambia la vita: fare l’infiltrato in una comunità musulmana a Viale Marconi, dove si nasconde una cella terroristica che prepara un attentato a Roma. La questione è delicatissima, e Christian accetta l’incarico divenendo Issa (corrispettivo arabo di Gesù, e, in qualche modo, anche del suo vero nome, Cristiano).
A ben guardare, quindi, il cambio di nome dei due protagonisti non è poi così diverso: per fini diversi ciascuno ha bisogno di integrarsi nella nuova comunità di appartenenza e di crearsi una nuova vita, una nuova identità.
Ma questa storia d’amore, intessuta con grotteschi risvolti da commedia all’italiana (e da Divorzio all’italiana), è solo lo sfondo di un ben più complesso e multiprospettico noir il cui vero protagonista è l’ambiente: una Roma multietnica dove dialetti e lingue si mischiano, e la convivenza tra le culture si incarna in personaggi materici. E’ proprio grazie al focus su luoghi (il call-center Little Cairo, la casa dove Issa vive insieme a otto egiziani, un senegalese ed un bengalese) e personaggi che Amara Lakhous riesce a scardinare luoghi comuni dall’interno e con ironia, mostrandoci come molte differenze tra il ‘noi’ ed il ‘loro’ possano essere più sfumate di quanto non si creda. Ciascun personaggio è, infatti, portatore di una visione della vita, di una sua prospettiva dei fatti, di una sua storia e parla un suo dialetto, che lo caratterizza come ‘tipo’. La cadenza di Issa ricorda fortemente quella di Mastroianni in Divorzio all’italiana e Sofia (Loren?) lo chiama «il Marcello arabo»: il gioco col modello della commedia all’italiana è quindi scoperto ma palesemente capovolto: perché il divorzio avviene, ma ‘all’islamica’, eppur ci riporta ad interrogativi e contraddizioni molto simili a quelli che poneva il film di Pietro Germi, ‘all’italiana’; perché Issa è siciliano ma non è il marito falsamente geloso pronto a piegare la legge a suo beneficio (ed anzi, da questo punto di vista è più Sofia a prendere la parte di Fefè, con un ulteriore significativo ribaltamento); perché laddove sembra esserci la commedia c’è la vita, e la vera messinscena è dove meno ce lo saremmo aspettati. Il finale rimane aperto, costringendo il lettore a ribaltare nuovamente il punto di vista e a «riavvolgere il nastro dall’inizio». Con qualche interrogativo in più, però.

Autore della recensione: 
Rosanna Morace

Un pirata piccolo piccolo

Autore: 
Editore: 
e/o
Luogo di edizione: 
Roma
Anno: 
2011
Recensione: 

Dopo meno di un anno dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo, Divorzio all’islamica a Viale Marconi, Amara Lakhous torna in libreria con un Un pirata piccolo piccolo (Roma, e/o, 2011, traduzione dall’arabo e postfazione di Francesco Leggio; introduzione dell’Autore). Il romanzo è infatti la riedizione di Le cimici e il pirata (Roma, Arlem, 1999, traduzione di Francesco Leggio), scritto da Lakhous in arabo nel 1993 ma stampato per la prima volta in Italia ben sei anni dopo. La ragione ce la spiega l’autore stesso nella bella Introduzione, fondamentale per comprendere sia il contesto storico, politico e sociale in cui l’opera nasceva, sia il suo esilio volontario durante gli anni più bui della dittatura algerina, quando ogni possibile dissidenza era soffocata nel sangue: «Poiché non avevo nessuna intenzione di rimanere inerte ad aspettare il mio assassino, l’esilio diventò l’unica via per continuare a vivere – e a scrivere». Questo clima di terrore e sangue si respira nel romanzo e si rifrange nella pagina, che trasmette un asfissiante senso di claustrofobia, ‘corrispettivo oggettivo’ della dittatura che non permette movimento e pensiero, che schiaccia gli individui in una morsa da cui non è possibile uscire, ma che è possibile allentare nella finzione letteraria.
Tutto, in questo romanzo, si configura infatti come dissacrazione di leggi e regole sociali, religiose, politiche: la lingua, continuamente puntellata dal turpiloquio, i vari personaggi che appaiono e che si connotano come cimici parassitarie assetate di energie vitali, o come cimici pronte a spiare e a spifferare sospetti più o meno fondati; ma soprattutto sono le azioni e i pensieri del protagonista Hassinu a corrodere dall’interno i pilastri su cui le assurde regole social-religiose poggiano, facendo crollare l’intera impalcatura con gli stessi mezzi con cui è stata creata.

Il tempo è come dilatato, non solo perché l’intero romanzo narra tre sole giornate, con una quasi coincidenza tra il tempo della storia e il tempo della narrazione, ma anche perché siamo in presenza di un unico, serrato e totalizzante monologo di Hassinu e del suo Fertàs. Letteralmente Fertàs è ‘il calvo’, concretamente l’organo genitale, al quale Hassinu si rivolge come ad un essere umano e anzi come all’unico amico fidato. La presenza dell’autore è, quindi, assolutamente bandita: tutto si risolve nella voce e nei pensieri del protagonista, intercalati dal dialogo laddove qualche altro personaggio appaia sulla scena. E non c’è alcun orpello narrativo: lo stile è «telegrafico», fatto di «brevi frasi ridotte all’ossatura» (F. LEGGIO, Postfazione, p. 175), iterazioni martellanti che divengono leit-motiv, o si trasformano in gioco fonico e talvolta in vere e proprie allitterazioni onomatopeiche (toctoctoctoctoctoctoc, Ronf, ronf, ronf…).

La scelta di concentrare il romanzo in tre giorni ovviamente non è una casuale: il 27 è un giovedì, giorno di riposo per l’Islam e giorno di prestazioni sessuali a pagamento e di ogni tipo di azione haram per Hassinu e il suo Fertàs.
Il 28 è venerdì, e il venerdì è il giorno sacro musulmano, il giorno della preghiera collettiva nella moschea, della purificazione. E’ anche il giorno in cui le contraddizioni della società musulmana emergono più potentemente, incarnandosi nell’insistita iterazione della formula «SOS fatwa» con cui Hassinu rende lecito l’illecito del giorno prima. Frequentare la bionda Malika è infatti haram, e anche usare un continuo turpiloquio, e la parabolica e i programmi porno del mercoledì sera e bere, fumare, e forse persino mangiare la sciacsciuca prima della preghiera del venerdì… Ma cosa, in fondo, è haram? si chiede spesso Hassinu (come gli altri protagonisti dei romanzi di Lakhous). Molto del romanzo ruota attorno a questa domanda, implicita o esplicita che sia; e molto attorno alla formula «SOS fatwa». La giurisprudenza islamica deriva infatti dall’interpretazione del Corano e della Sunna, e la fatwa è la risposta che un giuresperito fornisce attorno ad un particolare quesito: ma la risposta non è univoca e può variare sulla base del tempo, del luogo, del sesso, ecc. Le fatwa che Hassinu si autofornisce sono condotte con una logica filosofica ferrea che lavora sullo scardinamento del paradosso su cui si fonda l’interpretazione stessa e sulla sua connaturata ambiguità. Alla base di questo gioco testuale e logico c’è dunque, come in tutti i romanzi di Lakhous, una profonda riflessione sulla doppia faccia della verità, che esplode poi nell’ultima giornata.
Il 29 febbraio è il compleanno di Hassinu, che improvvisamente si rende conto di esser passato dai 36 ai 40 anni senza preavviso, di aver quindi raggiunto la sua presunta maturità senza esserne preparato: è solo, vive senza moglie in una casa angusta e con un lavoro che rischia di perdere. E’ tutto ciò che la società musulmana (e non solo) rigetta: è quindi ‘un pirata piccolo piccolo’ e non il pirata che aveva sognato di essere, sulle orme del suo illustre antenato. Ma, più ancora di tutto ciò, Hassinu si sente spodestato della sua stessa vita, risucchiata dalle logiche clientelari di una società dittatoriale e corrotta che nega lo stato di diritto.
Le tre giornate della vita di Hassinu rispecchiano quindi i tre tabù della società arabo-musulmana: la sessualità, la religione e la politica. «Ne viene fuori il ritratto di un’intera generazione e di un paese, l’Algeria, che ha anticipato in qualche modo tutto quello che sta succedendo oggi nel mondo arabo» (LAKHOUS, Introduzione, p. 15).

Un romanzo coraggioso, questo primo di Lakhous, interessante sia per ciò che ci racconta del mondo algerino, sia per lo sperimentalismo narrativo e linguistico (si veda la notevole Postfazione di Leggio), sia perché ci permette di misurare la distanza (o non-distanza) tra il Lakhous di 18 anni fa e quello di oggi, tra l’autore ante e post migrazione. Ritroviamo qui lo «scrittore urbano» di Scontro e Divorzio, la medesima propensione per l’uso dei dialetti (algerini qui, italiani nei successivi) e per una prosa che «dà uno status letterario al linguaggio del quotidiano», orale, parlato (Leggio, p. 177). Notiamo la stessa difficoltà a ‘incasellare’ questo romanzo in uno dei generi tradizionali occidentali, e la commistione che si viene a creare tra romanzo, monologo e racconto, tra satira, commedia e tragedia.
Differente però è il tono di fondo dell’opera, che si tinge, a tratti, di una carica aggressiva ora cinica ora satirica, assorbita nei successivi romanzi in una più posata ironia o in una comicità più schietta e leggera, che difficilmente provoca quel senso di mancanza d’aria che è invece dominante in Le cimici e il pirata. Ma sono toni, questi, perfettamente aderenti al contenuto del romanzo, alle laceranti contraddizioni sociali, politiche, religiose e personali che esso racconta, e che Lakhous viveva dall’interno. Ora l’autore vive e narra le contraddizioni italiane, altrettanto nette e vivide ma, almeno, non represse nel sangue. Anche se il sangue può avere diversi colori…

Autore della recensione: 
Rosanna Morace
Condividi contenuti
©2002-2010 Il Gioco degli Specchi | Via S. Pio X, 48 - 38100 Trento | tel. 0461 916251 | info@ilgiocodeglispecchi.org | P.I. 01898510225 | realizzato da net wise