È nato nel 1982 Gabriele Del Grande: un giovane bamboccione? No, passa il tempo a cercare notizie, a verificarle, a scriverle, sui giornali, sul suo blog, http://fortresseurope.blogspot.com, divenuto ormai un punto di riferimento importante, le pubblica in testi molto presentati e letti. È il caso di questo suo ultimo libro, frutto di tre anni di inchieste. Si tratta di fatti che conosciamo dalla cronaca, grazie proprio al suo impegno di giornalista, non sempre messi dai media nella dovuta evidenza. Qui sono riconnessi in un quadro di maggior respiro che amplia la comprensione degli eventi e con una attenzione che spazia dalla Libia all'Egitto al Marocco alla Tunisia ai CPT italiani, in un arco temporale molto vicino ai giorni che viviamo e con particolare attenzione agli effetti sulle persone dei più recenti atti legislativi.
Il quadro dei fatti è inserito in una riflessione ed in una dimensione etica che, assieme alle indubbie capacità letterarie di questo giovane, rende appassionante la lettura.
Il 'racconto' comincia dai 'padri'. Se possiamo perderci di fronte all'elenco di nomi arabi, noi italiani così superficiali e poco attenti ai nomi e ai volti (questi neri tutti uguali, questi nomi strani, non lo posso ricordare, ti chiamerò Maria), non possiamo però dimenticare l'impatto emotivo con cui Del Grande ci provoca: ci sono dei 'padri' in Marocco che si stanno sforzando disperatamente e senza l'aiuto di nessuno, anzi contrastati, di capire cosa è successo ai loro figli partiti per l'Europa nel fiore dell'età. Sono morti in mare? Sono prigionieri nelle carceri tunisine? Sono stati assassinati da un pescatore che 'non voleva passare guai'?
Perché dall'altra parte del Mediterraneo non si può venire in Europa per incontrare la fidanzata o per andare all'Opera a Parigi. Solo i criminali ricchi riescono a muoversi liberamente come gli europei o le merci. Gli altri rischiano anche la vita ogni volta che non riescono ad avere un permesso. Ed è difficile che lo ottengano se scappano dalla guerra come i somali o dalla dittatura come gli eritrei o dopo una rivolta repressa nel sangue come i tunisini.
Gabriele del Grande è nato negli stessi anni di molti di questi giovani e si chiede cosa ha fatto lui mentre ad altri, innocenti, è toccata la prigione. “Pensavo ai miei ultimi due anni. A quante cose avevo fatto. Ai miei viaggi. Ai miei amori. Ai miei sogni. Alle mie lotte. Due anni erano lunghi. Soprattutto per qualcuno come me o come Goitom che non aveva ancora compiuto trent'anni. E per una ragazza incinta quanto potevano essere lunghi due anni? E per un bambino appena nato? E per un marito? E per un padre? Quanto tempo duravano due anni?”
Trattenuti in carceri terribili come quelle della Libia, delle cui condizioni è a conoscenza sia l'Italia sia l'Unione europea. Conoscono la situazione le autorità italiane, dai prefetti ai funzionari del Ministero dell'interno, alle forze di polizia che hanno avviato dal 2004 progetti di formazione con la Libia. Per non parlare delle commissioni italiane per l'esame delle domande di asilo politico che hanno sentito migliaia di testimonianze.
Questo libro è un appello alla responsabilità, non sono fatti che si possono ignorare, far finta di non vederli, sono crimini che chiedono a tutti i cittadini italiani di assumersi delle responsabilità. La cronaca (a lanciare l'allarme è stato sempre il nostro giovane giornalista) ci parla di eritrei trasferiti in prigioni nel sud della Libia con container. Assiepati in scatole di ferro attraverso MILLE chilometri di deserto. Ne parla anche il libro e ci racconta sia dei container sia delle prigioni e di come sono. Di come è peggiorata la situazione dopo gli accordi dell'Italia con Gheddafi e di come le motovedette italiane rimettano in mano libica (e a quelle prigioni) persone che non hanno commesso reati (quello di passare una frontiera da clandestino è un reato solo per una legislazione disumana). Si ricorda anche la morte di settantasette persone, scomparse nel Mediterraneo perché nessuno li ha voluti vedere. “Nell'era della tecnologia una barca così grande non può sfuggire agli occhi d'aquila che pattugliano ogni angolo di questo mondo”. E non hanno voluto ascoltare gli allarmi che partivano dai parenti delle vittime.
Perfino gli uomini di mare vengono convinti che è meglio girare la testa perché si può finire arrestati per aver favorito l'immigrazione clandestina o rovinati economicamente, con le barche sequestrate per anni.
Dopo i pericoli del deserto e del mare gli arrivi in Italia possono significare CPT con insurrezioni e scioperi della fame come nuove prigioni in cui sono inghiottiti profughi che non vengono creduti: rimpatriati esuli tunisini o 'stranieri' ormai italianizzati, sposati, con figli e lavoro. Tutti rimpatriati verso paesi dove subiscono ritorsioni e rischiano la vita. CPT che per converso offrono affari lucrosi quando non permettono vere truffe e costano molto di più, con le espulsioni, di una civile accoglienza.
Si possono ignorare questi fatti? come diceva il comandante Russo che ha salvato in condizioni difficili 350 naufraghi :“non ci si poteva girare dall'altra parte” .
Si tratta di vicende raccolte a cura del Centro Astalli in una serie di colloqui tra gli interessati e gli operatori del Centro. La colombiana minacciata dai guerriglieri che scappa lasciando la figlia, l'algerino che scrive al famoso cantante ucciso, il curdo fuggito dalla Turchia e quello scappato dall'Iraq, l'armena e il sudanese, il mauritano a cui 14 anni di schiavitù hanno congelato la vita. E molte altre storie ancora in un libro scritto per chi non vuole chiudere gli occhi alla realtà isolandosi nella sua comoda vita, per chi vuole ascoltare la voce di uomini che, con pudore e solo per accenni, raccontano di paura, dolore e fuga, di ciò che li ha insensatamente colpiti per essere nati, per caso, nel posto sbagliato del pianeta, e insieme della loro volontà e gioia di vivere.
Questa pubblicazione, una edizione fuori commercio che si può richiedere all'editore, raccoglie testi selezionati da una raccolta più ampia consultabile in www.eksetra.net, Laboratorio di scrittura creativa interculturale 2009, racconti.
Si tratta infatti degli esiti di un laboratorio, organizzato da Eks&Tra presso il dipartimento di Italianistica dell'Università degli Studi di Bologna. L'associazione è nota per il concorso iniziato nel 1995 che nel corso di questi ani ha rivelato agli italiani il mondo degli immigrati descritto da loro stessi ed ha fatto conoscere molti scrittori
Molti dei testi, come preannunciato de Caldas Brito, sorprendono piacevolmente per temi e forza letteraria.
I capitoli di questo libro hanno tutti il nome di persone e di persone racconta il testo, molte, puntigliosamente elencate nelle pagine iniziali come fossero personaggi di un pezzo teatrale. Ma teatro non è: è la vita italiana contemporanea. Se aprite un giornale ci troverete tutti gli elementi di questo libro, ma qui non ci sono fatti di cronaca, ci sono persone e ferite nella carne viva. Non le persone che abitualmente i pezzi di cronaca definiscono in base alla loro appartenenza 'etnica', non 'buoni' e 'cattivi', ma uomini e donne con un nome proprio, propri pensieri e sentimenti.
Saverio, il professore in pensione, incerto sulla svolta da dare alla sua vita; Alijomah, il giovane profugo afghano che incontra tipi di preti e di assistenti sociali degni di stima; Abdulaziz, suo fratello maggiore, preoccupato di raggiungerlo e proteggerlo, ma che incontra ben altra gente e non può salvare nemmeno se stesso. Un capitolo prende nome da Eugenio, il nonno del professore emigrato nell'America degli anni '20, a ribadire il parallelismo emigrazione – immigrazione, altri dedicano attenzione a persone di varie categorie, in particolare investigatori e magistrati, Lara, Michele, Nino, e ancora giornalisti e politici, sempre in una panoramica di diversa umanità che a volte per i suoi difetti chiama al sorriso.
In scena una folla di personaggi che interpretano il maggior numero possibile di atteggiamenti e convinzioni riscontrabili nella società italiana odierna oppure di situazioni di cui si è letto in cronaca. A volte l'autore si dilunga per spiegare le idee cioè il 'ruolo' del suo personaggio e questo toglie ritmo al racconto.
Va considerato però che si tratta del primo romanzo di Antonio Umberto Riccò, nato, sembra, dalla forza dei fatti, per un impulso quasi emotivo, di reazione etica agli avvenimenti, e come italiani non possiamo che essere riconoscenti a chi parla forte e chiaro, senza dimenticare nessun particolare.
Da qui certamente uno sguardo empatico ed una capacità di vedere gli esseri umani al di là delle scarne notizie di stampa che sono troppo spesso malevole, quantomeno incomplete. Significativa da questo punto di vista l'attenzione che lo scrittore dedica ad alcuni sinti e rom coinvolti nella vicenda oppure all'ubriacone del paese.
Sarebbe però limitativo definire questo testo solo come un insieme di pagine animate da impegno civile: il libro si impone per sapienza narrativa ed una capacità di scrittura che tiene legato il lettore alla storia. I personaggi hanno vita, non sono irrigiditi in clichè, coinvolgono, si muovono in un ambiente (specie il lago di Garda) ed in un tessuto di relazioni che entra vividamente a far parte del nostro immaginario.
La lingua è coltivata senza pedanteria, semplice e piena.
Il libro ha un'appendice in un racconto che riprende il tema dei giovani afghani in fuga dalla loro terra e che arrivano fortunosamente fino in Italia, quando arrivano. Omogeneo alle altre pagine come sguardo, 'traduzione' in materiale letterario di un fatto di cronaca, tentativo anche questo di mettersi nei panni degli altri, “La Missione di Tariq” ribadisce nel suo tragico sviluppo il dovere di aprire gli occhi e di vedere l'infelice umanità che ci vive accanto.
Il viaggio nella migrazione:
giovani afghani, spesso minori, tentano a Patrasso di imbarcarsi per l'Italia e di raggiungere la destinazione che si sono prefissati, con esiti tragicamente diversi: pag.21-24; pag. 217-236
Michele Capriati è un architetto di mezza età, con uno studio professionale ben avviato, un matrimonio finito alle spalle, una nuova compagna, due figli ormai grandi e una passione per la viticoltura che lo porta sempre più spesso ad affiancare il fedele fattore nella cura dei terreni ereditati dal padre. Una sera, guidando sotto un forte temporale, Michele investe e uccide un giovane uomo, uno straniero dalla pelle scura. È un trauma incancellabile, che gli cambierà la vita, ma che prima di tutto lo getta in un’impasse assoluta: «Come si deve comportare uno che ha appena ammazzato un uomo?». Dal permesso di soggiorno della vittima, Michele apprende che era di origine eritrea, si chiamava Adonai Gebremansour. Michele perde il sonno e l’orientamento esistenziale, il suo «pensiero dominante» è la vita troncata del giovane immigrato; egli è solo nella colpa e nel bisogno di espiazione, incompreso da chi cerca di stargli vicino: «Ho ucciso un uomo e dovrei fare finta di niente. Simona e mio figlio, il fattore, i dipendenti dello Studio: sono tutti ansiosi di scagionarmi, di distogliermi, di indurmi a non pensarci più, con un’intesa che ha sapore di omertà. Poi sono incredulo del fatto che nessuno mi rivolga un’accusa o gridi il suo sdegno. Non una madre né un fratello né un amico. Sarà come diceva l’ispettore, che chi lo conosceva ha paura a farsi vivo. Come se fossi andato a sbattere contro un albero o un paracarro. È ovvio che se si fosse trattato di un altro, di una persona del posto, le cose starebbero in modo diverso. La vita di quel ragazzo doveva valere poco nella terra in cui è nato ma vale ancora meno qui. E anch’io ora dovrei affrettarmi a cancellarlo come una macchia, come un insetto schiacciato sul parabrezza. […] Non posso ignorare così tanto di una persona che è morta a causa mia. Devo potergli dare un’identità. Mi pare un atto minimo di rispetto per la sua vita e per la mia». Inizia così la quête di Michele, una «questione privata» che lo allontanerà sempre più dalla cosiddetta “normalità”, dalla quotidianità che fino a poco prima egli condivideva con i propri cari, ed è una ricerca che lo porterà, attraverso le associazioni di volontariato locali, dentro il mondo dell’immigrazione con i suoi lati inesplorati o meno noti, trascinandolo, una tappa alla volta, personaggio dopo personaggio, tra dure realtà e ancor più dure testimonianze – le pagine in cui si rievoca l’odissea migratoria di Adonai e del suo amico Yemane sono le migliori del libro, le più tragicamente avvincenti – fino a Roma e oltre, in quell’Eritrea vessata da tirannia e miseria dalla quale Adonai era partito e dove Michele, al termine di un’esperienza travolgente di perdono e di riscatto, avrà modo di superare la colpa e il rimorso, ritrovando un senso puro e rigenerato al proprio essere al mondo.
Il testo curato da Manuela Foschi raccoglie 14 interviste a persone immigrati in Italia che hanno vissuto, o stanno vivendo, l’esperienza lavorativa da venditore ambulante, i cosiddetti “vucumprà”.
Ma non sta tanto nella comunanza dell’esperienza lavorativa l’elemento centrale del testo, quanto nella prospettiva che attraversa le voci raccolte.
Un’intervista è senza dubbio uno degli strumenti migliori per permettere alle persone, in tal caso apperteneti ad una categoria più a rischio di altre di emarginazione e silenzio, di prendersi voce e raccontarsi in prima persona.
È una modalità che attenua il rischio di parlare per qualcun’ altro molto presente soprattutto nei casi in cui il tema riguarda gli immigrati e l’immigrazione.
Le interviste raccolte infatti, oltre a rappresentare una pluralità di voci, di molteplici nazionalità, età e percorsi di vita, permettono di comprendere che cosa esse si sono lasciate alle spalle, le loro storie, le loro famiglie e i loro studi - mai riconosciuti - in Italia.
Riportare le storie di vita consente di svelare aspetti di persone immigrate che altrimenti il lettore non avrebbe occasione di scoprire; è una scelta metodologica che, oltre a garantire maggiore libertà di espressione e un rapporto più paritario tra giornalista e intervistato, consente di smantellare stereotipi e andare oltre le apparenze.
Promuovere la letture di testi come questo significa creare la possibilità di una conoscenza scevra da pregiudizi, valorizza l’umanità degli immigrati, messa a volte in discussione, e sottolinea il loro protagonismo, la loro determinazione e le condizioni, queste sì spesso disumane, che trovano nel paese tanto anelato.
L'associazione Fabio Sormanni con la redazione della rivista on line El Ghibli, a scopo benefico, ha realizzato questa raccolta curata da Raffaele Taddeo e Paola Gavagna di racconti di scrittori immigrati (più due italiani). Si tratta di nomi ormai noti: Christiana de Caldas Brito, Helena Paraskeva, Uyousef Wakkas, Gianguido Palumbo, Laila Wadia, Artur Spanjolli, Tahar Lamri, Randa Ghazy, Paolo Gavagna, Mihai Mircea Butcovan.
Sono spesso i bambini i protagonisti, con le loro gioie (avere un cagnolino), i loro segreti (nascondere il proprio cagnolino), le loro difficoltà di figli di immigrati (Io l'italiano lo so benissimo. Nella mia testa), la rivisitazione dal loro punto di vista della storia di Dracula.
Pace.
Randa Ghazi, Lettere volanti, pag 57-63.
Nello scrivere il compito (trovare una parola per ogni lettera dell'alfabeto e spiegarne il significato) il piccolo palestinese tratteggia la realtà in cui vive e il suo desiderio di amicizia e di pace, il piccolo israeliano gli fa da esatto contrappunto.
Il piccolo libro racconta un fatto accaduto, ma senza riferimenti personali. Questo spiace al protagonista che sperava con il suo diario, faticosamente scritto in italiano, di poter far sentire la sua voce, di discolparsi, dopo che tutti avevano con estrema facilità, potuto dire la loro.
I redattori di Terre di mezzo decidono di non mettere indicazioni biografiche precise perchè un fatto simile può, purtroppo, sempre accadere, è paradigmatico della situazione di un immigrato in Italia.
Un venditore senegalese, onesto leale lavoratore, preoccupato di inviare tutto quello che guadagna alla famiglia che l'ha mandato in Europa, viene arrestato con l'accusa di aver molestato sessualmente una ragazzina e resta in carcere per mesi prima di avere un processo. Risulta prosciolto solo per la sua volontà di non scendere a compromessi e di affermare la verità dei fatti (anche se la controparte è italiana e localmente potente) e soprattuto perchè i suoi datori di lavoro gli credono e si adoperano per garantirgli quelle difese legali che la sua pelle, la sua condizione di immigrato, la sua situazione economica, non gli consentirebbero.
Una storia di per sé finita bene, ma che non sarebbe dovuta succedere e men che meno con tante aggravanti interne al mondo del carcere, compresi pestaggi e pregiudizi legati al tipo di crimine ed a convinzioni razziste.
Le storie presenti in questo libro sono tutte vere. Non c'è gran merito nell'averle trovate, basta saper guardare nelle nostre città, nei nostri sgabuzzini, nelle nostre stesse case. L'immigrazione non è un fenomeno transitorio, è strutturale. Molti italiani non si accorgono di parlarne storcendo un po' il naso, come davanti alla scena di un film che ci infastidisce, pensando che basti uscire dal cinema per non guardarla più. Ma questo fenomeno non diminuisce, anzi, aumenterà." Un giornalista ha raccolto le testimonianze di tanti stranieri giunti nel nostro paese: vicende molto differenti le une dalle altre, uomini e donne di diversa provenienza etnica, geografica, sociale, culturale, diverso destino, diversi valori. Ciò che ne emerge è l'istantanea di un panorama in continuo mutamento, nel quale molti vivono in condizioni di miseria e degrado, fantasmi invisibili nella nostra società, ai margini; alcuni sopravvivono più o meno dignitosamente; ma ci sono anche quelli che possono dire di avercela fatta, di essere riusciti a raggiungere un tenore di vita decente.
Un libro di narrativa porta sempre con più o meno efficacia in altri luoghi ed in altre dimensioni. Quando viene scritto assumendo come punto di vista quello di un bambino l'effetto di 'straniamento - dépaysement - Entfernung' ne risulta decuplicato e si intreccia con ricordi emozioni pensieri dimenticati del lettore.
In 'Due volte' Gangbo compie con successo questa operazione raccontando come si vive in un istituto per bambini abbandonati o allontanati dalla famiglia. Lo fa attraverso un piccolo rasta originario del Benin, talmente piccolo da confondere stuprare con sputare. In un linguaggio vivace e fedele alla sua età, questo io narrante disegna se stesso ed il suo gemello, l'amica, la piccola folla di bambini – ognuno con il suo difficile mondo impresso nella carne viva – le suore e gli obiettori, le famiglie 'buone' che talvolta li accolgono, il grande edificio in cui vivono e sul cui terrazzo – proibito – ci si affaccia per fuggire o per guardare le stelle.
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