L'ultimo film di Olmi affronta un tema di grande attualità, quello dell'immigrazione in Italia, rappresentato in uno dei suoi aspetti più drammatici, la clandestinità. Protagonisti sono un gruppo di immigrati africani, uomini, donne e bambini, privi di documenti di soggiorno,alla ricerca di una vita più dignitosa. Trovano rifugio in una chiesa svuotata di tutti i suoi arredi sacri, in cui restano solo le panche. Il vecchio prete sembra non sapersi rassegnare a questa sorte, che verrà, almeno temporaneamente, mutata dall'arrivo di questo gruppo. Il sacerdote vede la sua chiesa riprendere vita ma dall'esterno gli uomini della legge si fanno sempre più minacciosi.
L'uomo di Chiesa senza più una chiesa diviene più forte, più capace di interrogarsi fino a riuscire a comprendere che il bene è più grande della fede ed in nome di questo si oppone alla stupidità della legge e degli uomini che devono farla rispettare. Un film che fa riflettere su temi troppo spesso offuscati da pregiudizi e luoghi comuni
In questo primo avvicinarsi alla fiction Andrea Segre mantiene un tocco delicato da osservatore, parla di sentimenti, ma resta importante il suo sguardo sociale, la sua visione dell'ambiente, l'occhio puntato al paesaggio lagunare veneto. La storia è quella di Shun Li che confeziona quaranta camicie al giorno in un laboratorio tessile della periferia romana e all'improvviso viene trasferita a Chioggia, per lavorare come barista in un’osteria. Il suo sogno è il volto del suo bambino di otto anni che spera di far venire in Italia. Col nuovo lavoro è costretta a imparare l'italiano e comincia a prendere contatto con le persone che giornalmente incontra. In particolare si avvicina a Bepi, un pescatore di origini slave, ma il contesto sociale non accetta ancora che le persone superino confini etnici e culturali. Né la comunità cinese né quella chioggiotta vedono di buon occhio una identità personale indipendente e contaminata.
La storia sembra nascere dalle osservazioni di Segre, legate alla sua sensibilità per le migrazioni e per il suo territorio, il Veneto. Il regista dice infatti di aver notato una barista cinese in una tipica trattoria di pescatori veneti. “Quale genere di rapporti avrebbe potuto instaurare in una regione come la mia, così poco abituata ai cambiamenti? Sono partito da questa domanda per cercare di immaginare la sua vita”.
Rinviamo alla recensione di Mauro Cereghini, a questo link: http://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Amore-e-altri-crimini
Hassan e Abubaker, ragazzi somali di 20 e 21 anni, sono nati e cresciuti insieme a Mogadiscio durante la guerra civile. La loro amicizia è quasi un destino: compagni di classe alle elementari, si sono ritrovati a Tripoli durante la fuga verso l’Europa e infine nel C.A.R.A. di Castelnuovo di Porto, un centro di prima accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo a quaranta chilometri da Roma. Attraverso la voce di Hassan, il documentario racconta l’attesa frustrante del riconoscimento dello status di rifugiato nel vuoto del centro e lo smarrimento dopo averlo ottenuto, senza sapere più dove dormire e dove mangiare. Un impietoso sguardo dall’interno sull’accoglienza che il nostro paese riserva a chi è cresciuto nel mito dell’Europa democratica e civile.
http://cara-italia.blogspot.com/p/scheda-tecnica.html
Dagmawi Yimer ha collaborato a "Come un uomo sulla terra" e prodotto nel 2010 "Soltanto il mare", un omaggio all'isola di Lampedusa.
Siamo in monastero nell'Atlante algerino dove vivono alcuni monaci benedettini, nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro. Si occupano della popolazione del luogo, specie delle sue necessità sanitarie, nel pieno rispetto gli uni della fede degli altri, nella confidenza di una antica consuetudine.
L'equilibrio si rompe quando sulla scena si affaccia un gruppo di terroristi e da allora la vita dei monaci è in pericolo.
Il titolo italiano tradisce il significato originario e complesso del titolo francese, lo stravolge banalizzandolo, fa intravvedere un'intenzione agiografica che il film non ha. Mentre "uomini di Dio" preannuncia dei martiri per la fede, "Uomini e dei" sottolinea la dimensione umana e la relazione con il divino, comune sia alla comunità dei monaci sia a quella islamica del territorio in cui si trovano. Una vita profondamente religiosa e un grande amore per l'umanità, che supera tutte le differenze, anche culturali.
Xavier Beauvois è stato sollecitato a fare questo film da un produttore cattolico, ma ha raccontato con sobrietà ed equilibrio una vicenda realmente accaduta in Algeria nel 1996, quando sette monaci francesi sono stati sequestrati da uomini della GIA (gruppo islamico armato) e poi assassinati. Documenti recenti dicono che le forze armate algerine non furono estranee alla tragica conclusione.
Quasi a dimostrazione, se fosse necessario, che i credenti di ogni fede possono facilmente convivere mentre il fanatismo religioso si muove per altre strade, tra interessi di ogni sorta e politica di basso profilo.
Presentato a Cannes ha vinto il Grand Prix speciale della giuria.
Lei è Negar e lui Ashkan, sono ventenni, suonano. Fanno musica indie rock, in particolare. Di guai con la giustizia ne hanno già avuti, dato che hanno osato partecipare ad un qualche concerto proibito dal regime. Ma si profila per loro la possibilità di suonare in Europa. Non vogliono andarsene per sempre, perchè ciò che vorrebbero è poter fare una cosa necessaria e banale come suonare e comporre nella loro terra. Cercano passaporti e la possibilità di andarsene per qualche mese (anche se il loro grande desiderio sarebbe quello di poter organizzare a Teheran un concerto, e che magari i loro genitori li sentano suonare, almeno una volta nella vita), così si affidano ad uno sgangheratissimo traffichino, Nader, che si offre di aiutarli ad ottenere passaporti falsi e il nulla osta governativo alla partenza. Tra interminabili pellegrinaggi in motorino per le vie di Teheran, bussando ad ogni porta e cercando di mettere assieme una band, tra vicoli macerie donne velate e censure e veti insopportabili per stupidità ed assurdità, quella che viene alla luce è una realtà sotterranea ed inspiegabilmente carica di speranza e vitalità (quanto ci sentiamo invertebrati…), fatta di stalle, cantine e solai in cui improvvisare sale prove, facendo attenzione a non farsi arrestare al primo riff di chitarra per la denuncia di qualche vicino particolarmente zelante ed osservante, verso un amaro epilogo.
Le storie parallele di due uomini e due donne, due viaggi attraverso il cuore della cultura buddista del Bhutan. Il giovane Dondup vuole andare in America; iniziato il viaggio, incontra un monaco che gli racconta la favola di Tashi, un "sognatore" come lui. Come Tashi, anche Dondup si innamora di una fanciulla, e non è più certo dei suoi propositi di fuga.
Zinos, un giovane greco emigrato in Germania dove è divenuto proprietario del ristorante "Soul Kitchen", sta attraversando un periodo sfortunato. Nadine, la sua ragazza, si è trasferita a Shanghai, i suoi clienti abituali boicottano il nuovo chef e soffre di terribili dolori alla schiena. La situazione sembra migliorare quando un giro giusto di persone abbraccia la sua nuova filosofia culinaria, ma non basta a sedare il desiderio di volare in Cina per raggiungere Nadine, consegnando il ristorante al fratello Illias, un ex detenuto con il debole per il gioco. Entrambe le decisioni si riveleranno catastrofiche: Illias si gioca il ristorante che finisce nelle mani di un losco agente immobiliare e Nadine, che incontra inaspettatamente all'areoporto quando sta per imbarcarsi per la Cina, ha un nuovo ragazzo. I due fratelli, che non vogliono arrendersi, ritrovano fiducia e complicità rimettendosi in gioco. Una commedia frizzante con interpreti molto abili nel tratteggiare i differenti personaggi in una Amburgo ricca di colori e persone.
Vedovo, pensionato dalla Ford in cui ha lavorato tutta la vita dopo aver combattuto in Corea, Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un uomo pieno di pregiudizi che vive in un quartiere operaio di Detroit circondato da immigrati asiatici. Walt manifesta apertamente il proprio razzismo contro i coreani, nato durante la guerra in Corea, dove morirono molti suoi amici. Gli unici affetti rimasti a Walt Kowalski sono un garage pieno di attrezzi che non servono più e una Ford Gran Torino. Ma quando il figlio dei vicini tenta di rubare la Ford, Walt Kowalski è costretto ad interagire.
L'ambientazione e i temi che il film affronta non escludono, come si può prevedere, scene di violenza.
Il solitario professor Walter Vale, un accademico che insegna economia nel Connecticut, torna a New York per una conferenza e al suo arrivo trova il suo appartamento in città - da lungo tempo lasciato disabitato - occupato da una coppia di immigrati illegali: Tarek (Haaz Sleiman) e la senegalese Zainab (Danai Gurira). Dopo il primo momento di spavento e di sconcerto, si
stabilisce un dialogo e, poiché i due non saprebbero dove andare, il professore accetta di dare loro ospitalità. Il contatto casuale si trasforma in un’occasione importante che cambierà molte cose nelle vite dei tre protagonisti.
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