Un libro di narrativa porta sempre con più o meno efficacia in altri luoghi ed in altre dimensioni. Quando viene scritto assumendo come punto di vista quello di un bambino l'effetto di 'straniamento - dépaysement - Entfernung' ne risulta decuplicato e si intreccia con ricordi emozioni pensieri dimenticati del lettore.
In 'Due volte' Gangbo compie con successo questa operazione raccontando come si vive in un istituto per bambini abbandonati o allontanati dalla famiglia. Lo fa attraverso un piccolo rasta originario del Benin, talmente piccolo da confondere stuprare con sputare. In un linguaggio vivace e fedele alla sua età, questo io narrante disegna se stesso ed il suo gemello, l'amica, la piccola folla di bambini – ognuno con il suo difficile mondo impresso nella carne viva – le suore e gli obiettori, le famiglie 'buone' che talvolta li accolgono, il grande edificio in cui vivono e sul cui terrazzo – proibito – ci si affaccia per fuggire o per guardare le stelle.
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